Cavalli famosi – il cavallo di Troia


Il cavallo di Troia è una macchina da guerra che, secondo la leggenda, fu usata dai greci per espugnare la città di Troia. Questo termine è entrato nell’uso letterario, ma anche nel linguaggio comune, per indicare uno stratagemma con cui penetrare le difese.

Dopo dieci anni di inutile assedio i greci, seguendo un piano ideato da Ulisse, finsero di rinunciare alla conquista della città e di tornare alle proprie sedi , lasciando sulla spiaggia un enorme cavallo di legno, per placare gli dei e propiziare il viaggio di ritorno in patria. All’interno del cavallo erano però nascosti i più valorosi guerrieri greci, guidati da Ulisse. I troiani, felici per lo scampato pericolo, trascinarono il cavallo all’interno delle mura, nonostante Laocoonte e la profetessa Cassandra, assieme ad alcuni presagi, avessero consigliato di non farlo. A un tratto comparve un greco di nome Sinone, il quale convinse il re che il cavallo era segno di pace, era un regalo. Di notte, mentre i troiani dormivano, i greci uscirono dal cavallo ed aprirono le porte della città ai propri compagni. Questi, dopo essersi nascosti con le loro navi dietro un’isoletta vicina di nome Tenedo, erano di nuovo sbarcati sulla spiaggia di Troia. Penetrati nella città, i greci colsero di sorpresa i troiani, che furono facilmente sopraffatti. Troia fu data alle fiamme.

Questo racconto non viene narrato nell'”Iliade” di Omero (che si conclude invece con il funerale di Ettore, ucciso da Achille) ed è solo incidentalmente citato nell’altro poema omerico, l'”Odissea”. Viene invece ampiamente riferito nel II libro dell'”Eneide” di Virgilio: Enea, principe ed esule troiano, lo riferisce infatti alla regina di Cartagine, Didone, che lo stava ospitando in una delle tappe del viaggio che lo porterà infine a sbarcare sulle coste del Lazio, dove diventerà il capostipite della genealogia che avrebbe fondato Roma-

La frase latina Timeo Danaos et dona ferentis (ferentis è una forma arcaica, comunemente tramandata con ferentes) si trova nell’Eneide (Libro II, 49) di Publio Virgilio Marone. Sono le parole pronunciate da Laocoonte ai Troiani per convincerli a non fare entrare il famoso cavallo di Troia nella città. La traduzione più diffusa è “Temo i Danai anche quando portano doni”. Virgilio utilizza omericamente il termine “Danai”, l’antico popolo di Argo, come sinonimo di “greci” (vd. alla voce Danai).
Viene oggi utilizzata per ricordare che non ci si deve fidare dei nemici, anche se hanno atteggiamenti amichevoli.

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