Sette Cavalli nella Neve


Oggi vogliamo segnalarvi questo bellissimo articolo, che abbiamo scorto nel sito il portale del Cavallo, redatto a cura del Gruppo Italiano Attacchi (www.gruppoitalianoattacchi.it.).  Archivio del quotidiano La Stampa anno 1943.

“A quei tempi, in Val Lunga, nessuno sospirava certamente la neve. Ma, quando veniva, e non mancava mai di fioccarne giù in abbondanza, la si accoglieva senza brontolare: tanto, a che servirebbe? Anzi qualcuno, non senza un vago compiacimento, esclamava: “Ora verranno i sette cavalli!”

gianeve-1.jpgErano i cavalli, tutti i cavalli di Padron Giulio l’appaltatore. Erano cavalli di razza, ammirevoli. Durante la bella stagione se ne vedeva or l’uno or l’altro, attaccati a un carro, a una vettura. Ci volevano proprio le grandi nevicate dell’inverno perchè comparissero finalmente tutti assieme, come in parata, grandi e grossi, colossali e un poco trionfali, innanzi alla «macchina» per lo sgombero della neve.

La macchina era di legno, in forma di triangolo, con la punta aguzza e ferrata davanti. A quella punta s’innestavano i bilancini; ai bilancini s’attaccavano i cavalli a due a due, con il Pezzato solo in testa. Bianco e rossastro, il Pezzato pareva neve e cavallo a un tempo. Pareva che una bianca nuvola d’estate un bel giorno si fosse rotolata fra il sangue e il fango, levandosi poi su, a un tratto, in forma di cavallo. Non s’era mai visto una bestia così: donne e bambini ne andavano matti…

Avanzava fra la neve con tutta confidenza e familiarità, senza alcuno sforzo, levando con tale impeto, le zampe anch’esse pezzate, che pareva dovesse ogni volta battere insieme il nervoso ginocchio e la bocca. Così apriva la strada agli altri che erano tutti grigi, ma fittamente e deliziosamente pomellati, cavalloni quadrati, d’incredibile forza, che Padron Giulio si faceva venire dal fondo delle Americhe, pagandoli un occhio del capo. Accanto al Pezzato, là davanti, andava Tonio il servitore.

Era un ometto piccolino ma tarchiatello: la fronte bassa, bassa, due dita al più; i capelli neri neri, folti folti;
gli occhi piccoli e neri, i baffetti neri. Si portava la frusta a tracolla, il manico di qua, lo sverzino di là, parlava quasi in un orecchio al Pezzato, parlava agli altri volgendosi indietro.gianeve-2a.jpg

Diceva: «Forza, amici!». Diceva: «Su da bravi, che diavolo! Vedete con che slancio fila il Pezzato.» Si sentiva uomo, si sentiva un pochettino anche cavallo. Sempre con loro in scuderia là, un po’ fuori dal paese, un mondo a parte, sempre con loro per le strade sotto il sole, sotto la pioggia e la neve. Anche ora, quella ‘gran macchina raspante e scricchiolante, gli pareva di trascinarla anche lui la sua parte. Dal suo corpo d’uomo, non meno che dalle groppe dei cavalli si levava il sudore in nuvolette di fumo roteanti; subito svanite, subito rinnovellato.
Dietro la macchina, sulla strada ridivenuta libera, Padron Giulio se ne veniva solo, glorioso e trionfante. Stivaloni di cuoio fin oltre il ginocchio, giacca di cuoio, berretto di cuoio; il volto rosso infiammato, da bevitore prode e contènto; gli occhi rapaci che mandavano scintille da tutte le parti.

Egli, invero, non faceva proprio nulla. Ma di tutta quella neve che, sotto i suoi occhi, veniva rigettata a destra e a sinistra, e di qua s’ammontava premuta o schiacciata nella cunetta, e di là spesso precipitava in valanga lungo i pendii, attribuiva il merito a se stesso non certo ai cavalli che son bestie, né al servitore, un po’ bestia anche lui. Sprizzava orgoglio da tutti i pori, pareva un uomo portato in trionfo. «Faccio tutto io per voi malnati», sembravan dire quei suoi occhi luccicanti, volgendosi in giro sulla gentucola che nei villaggi, faceva ala, ammirando.

Davanti alle osterie, sempre una bella sosta. Ogni villaggio aveva, fra altro, l’obbligo di ristorare gratuitamente Padron Giulio e il suo servo. Al padrone, un litro su un bacile lucente, al servo un bicchiere così alla spiccia: gli osti conoscevano la regola da anni. Seduto a gambe larghe innanzi a un bel fuoco, Padron Giulio beveva e beveva, parlava e parlava: dei sette cavalli che gli costavano un capitale, e gli divoravano d’inverno tutto il fieno del suo bel Prato Grande davanti alla scuderia, e in più divoravano montagne d’avena, e così erano in grado, sotto la sua alta direzione, di spazzar via montagne di neve.”

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