Cavalli e arte – Van Gogh


Lungo una strada sterrata in mezzo a campi bruciati dal sole, un uomo sta cercando di caricare un altro uomo sul suo cavallo. Il ronzino sta attendendo pazientemente che il carico gli sia posto in groppa, ha le orecchie dritte pronto a percepire e assecondare ogni movimento. L’uomo in primo piano è teso nello sforzo di sollevare il pesante corpo, inarca la schiena fa leva con la gamba, punta il piede a terra e solleva il tallone che si stacca dalle ciabattine che porta. Prima di fare questo però possiamo notare che si è rimboccato le maniche per poter lavorare meglio; deve aver soccorso il malcapitato e curato le sue ferite, perché questi porta sulla testa una vistosa benda. L’uomo non ha la forza di salire da solo sul cavallo e senza parlare cerca di aiutarsi aggrappandosi disperatamente a colui che lo sostiene in un abbraccio spasmodico e scomposto. Possiamo immaginare cosa sia accaduto, ricostruendo la scena dagli effetti personali sparsi poco lontano, sul bordo del sentiero. Accanto e bene in vista sta il bagaglio aperto e vuoto che ci ricorda la valigia di cartone di non pochi emigranti che dalla vecchia Europa andavano a cercar miglior fortuna nel nuovo mondo, il cui ricordo è vivo in Van Gogh quando dipinge questo quadro nel 1890.

Guardando con attenzione, si nota come ci sia un equilibrio instabile delle figure. Il samaritano fa ogni sforzo per sollevare il peso inerte del ferito, per metterlo sopra la sella. Quel momento è registrato come un’istantanea. Il ferito, in posizione instabile, fa una forte pressione laterale sull’animale, che, per contrastare la spinta, sembra muoversi sulle zampe; forte è anche la forma inarcata della schiena dell’uomo, che dice lo sforzo per mantenere un poco l’equilibrio. Notiamo il movimento goffo dei due uomini che quasi si abbracciano, il cui tracciato è una linea sinuosa, che crea a sua volta il movimento naturalmente ondulato dei vestiti e che si diffonde sull’animale e sulle montagne sullo sfondo.

Colpiscono due particolari: la somiglianza fra i tratti del samaritano e quelli del pittore e l’impressione visiva che il soccorritore, più che caricare lo sventurato sul cavallo, lo stia tirando giù, vale a dire se lo stia caricando sulle spalle. Quest’ultimo aspetto sembra voler trasmettere l’idea che per aiutare davvero il prossimo, è necessario addossarsene il dolore e le difficoltà (sensazione rafforzata dal contrasto con le due piccole figure, il sacerdote e il levita, che si allontanano sullo sfondo dopo aver rifiutato di prestare soccorso al ferito). Né è forse inopportuno ricordare che Vincent si era, anni prima, prodigato con grande zelo in qualità di infermiere sia nei confronti dei colpiti dall’epidemia di tifo, sia nei confronti della madre vittima di un grave infortunio. La scelta dei soggetti biblici, pur non indicando un ritorno alla fede, testimonia un animo dotato di una particolare sensibilità nei confronti del dolore.

La scena ci rivela che l’uomo è stato assalito, derubato e malmenato, ma ci racconta anche cosa è accaduto subito dopo: due uomini erano passati di lì e non lo avevano soccorso, uno lo vediamo camminare su per il sentiero all’altezza della valigia, dell’altro intravediamo solo la sagoma evanescente che si perde sulla strada fin dove l’occhio può guardare, per svanire poi all’orizzonte in mezzo alle nuvole bianche che si addensano sullo sfondo e che si confondono con le pendici dei monti visitate da qualche ciuffo d’erba. I due uomini si muovono in questa calma apparente, in una atmosfera dove tutto sembra immobile e poco si può vedere del cielo.

Se tracciamo una diagonale dall’angolo in alto a sinistra verso il basso a destra, la tela è divisa in due triangoli. Predominano, nella parte superiore ondulata, i colori freddi, mentre in quella inferiore le ondulazioni sono più limitate ma i colori sono caldi e i tratti brevi.

Alcuni commentatori hanno letto le montagne sullo sfondo con la gola in cui non si vede più la continuazione della strada come la rappresentazione delle difficoltà che l’artista sta vivendo: è come in un vicolo cieco.

Tutto è reso vibratile dai molteplici segni di pennello che caratterizzano lo stile pittorico di Van Gogh. In primo piano questa carica del segno si fa viva e dinamica in quell’abbraccio fisico, materiale. Percepiamo, infatti, l’uomo che scende da cavallo, si fa vicino al malcapitato, tanto vicino, … Egli si carica di lui reputando in quell’istante essere l’unica cosa possibile da fare. È l’uomo che incarna l’unico umanesimo possibile, quello della compassione e della pietà. Perché libero è il suo modo di amare, libero l’oggetto d’amore, libera è la sua risposta. È Gesù, il Messia, è Dio che scende sull’uomo, si curva su di lui di un amore che trabocca, per soccorrere l’umanità ferita, l’umanità sofferente. Il prossimo di cui si chiedeva a Gesù, quest’uomo che scendeva da Gerusalemme, viene soccorso dal samaritano che non ha tempo, non ha impegni urgenti, che non demanda, che non chiede e che si fa carico, gli si fa prossimo, fondendosi in quell’abbraccio che nella tela di Van Gogh è portatore di una forte carica emotiva che coinvolge, perché non c’è altro da fare: va’ e anche tu fa lo stesso. Diversamente l’uomo non si salva, né tu né lui.

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